​Per fortuna l'autostima non è un dono naturale, ma nasce, cresce, si consolida e prende una specifica forma nel corso della nostra storia. Soprattutto nei primi anni, quando il nostro io assume la forma di base, con tanto di specchi più o meno buoni. Questi specchi sono ciò che resta dentro di noi dello sguardo con cui ci guardavano (e ci trattavano) le prime persone che sono state fondamentali per noi: nostra madre, nostro padre e chiunque sia stato importante per noi nei primi anni di vita. Cosa vede un bambino quando guarda il volto della madre? Un famoso psicoanalista, Winnicott, diceva che il bambino vede se stesso riflesso nei suoi occhi. Questo riflesso è fondamentale nella costruzione di ciò che saremo, anche per quanto riguarda l'autostima. Ogni gesto, sguardo, atteggiamento di chiunque sia stato importante per noi quando eravamo agli inizi della nostra vita portava con sè un messaggio sul nostro valore: "tu per me vali infinitamente per quello sei", "tu per me vali solo se corrispondi ai miei desideri", "tu non sei ciò che desideravo, tu non sei mai bravo abbastanza", oppure, ed è ancora peggio, "io non ti vedo, non riesco a mettermi in contatto con te". Sempre Winnicott parlava della necessità di avere una madre sufficientemente buona: ecco, la mamma abbastanza buona è quella che è riuscita a far sentire il suo cucciolo di uomo abbastanza buono, a prescindere da ogni suo risultato o traguardo. Quello sguardo di amorevole conferma si traduce poi in uno specchio interno che ci porteremo dentro per tutta la vita e che sarà la base della nostra autostima. Purtroppo non sempre le cose vanno così e può capitare che nello sguardo di chi aveva cura di noi, per mille ragioni, non trovassimo riflessa una nostra immagine abbastanza buona e che anzi, a volte, il messaggio implicito che ricevevamo fosse di tutt'altro tipo: "Per quanto tu faccia, non sei mai come io vorrei!".
E' importante precisare che il riferimento alla madre ci serve per semplificare un insieme di rapporti molto più articolati e diversificati, col padre, i parenti, i vicini, gli amici, i fratelli, chiunque insomma ci sia stato molto vicino quando noi eravamo solo dei cuccioli con un "io" in formazione. Certo è che nella maggior parte dei casi è proprio con la madre, e ora sempre di più anche col padre, che si crea il rapporto privilegiato per eccellenza.
Non si tratta nemmeno di fare un processo ai genitori: sono molteplici i motivi per cui quello sguardo abbastanza buono ci può essere mancato. Pensiamo a situazioni di difficoltà famigliare, a disagi personali dei genitori, a momenti di depressione, preoccupazioni lavorative e molti altri fattori. Nessuna madre e nessun padre priva intenzionalmente e consapevolmente il proprio figlio di quello sguardo amorevole di cui parlavamo prima, ogni genitore fa quello che può, ma a volte quello che può non è abbastanza per costruire la base di una buona autostima. Non solo, per fortuna la nostra mente è particolarmente plastica e i giochi non sono chiusi con la fine dell'infanzia, ma ogni esperienza relazionale importante può modificare profondamente il nostro modo di percepirci, quindi anche la nostra autostima. Pensiamo in particolare al periodo dell'adolescenza, quando rapporti intensi con persone significative possono davvero rivoluzionare in positivo molti aspetti della personalità del ragazzo. Questo processo continua tutta la vita, perché a qualsiasi età l'opportunità di riconoscere nello sguardo dell'altro un amorevole conferma del nostro valore può rappresentare un fertilizzante in grado di fare crescere il nostro specchio buono interno e di infrangere gran parte di quello stronzo.

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